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Politica




6 dicembre 2009

Le difficoltà che, da quasi venti anni, impediscono all’Italia di superare una condizione di “transizione” permanente, sono da ricercare nell’equivoco che è all’origine degli avvenimenti che caratterizzarono la fine della prima repubblica.
L’indagine della magistratura milanese conosciuta come”mani pulite”, all’inizio degli anni novanta, fin da subito , si trasformò  rapidamente in un tentativo di sovvertire il sistema italiano,  con tecniche di  golpe di nuovo tipo,  non attraverso la legittima strada di un cambiamento elettorale del governo del paese per realizzare un processo riformatore,  ma liquidando, per via giudiziaria,  solo le classi dirigenti dei partiti filo occidentali, usciti storicamente vincenti nella loro battaglia contro la versione italiana del comunismo internazionale.
Furono risparmiate le classi dirigenti dei partiti marxisti , insieme agli esponenti di correnti dei partiti di maggioranza,   disposti ad associarsi   con gli ex nemici  della guerra fredda, nella gestione futura del paese , malgrado che la corruzione, derivante dal finanziamento illecito del costo della politica, riguardasse tutti i partiti italiani in misura proporzionale alla dimensione dei loro apparati organizzativi.  
Una distorsione del sistema ,  causata dalla necessità di contrastare le possibilità,   offerte al Partito Comunista Italiano dagli ingentissimi occulti illeciti finanziamenti provenienti dall’Unione Sovietica, era vistosamente e progressivamente peggiorato fino a pesare drammaticamente sull’intera economia del paese.  Sarebbe stato sicuramente positivo fermarne la prosecuzione e punire con identiche pene tutti i responsabili di questa degenerazione.
Se l’imparzialità avesse ispirato l’azione dei magistrati , in particolare di quelli inquirenti,  una magistratura autorevole, manifestamente riconosciuta  “super partes” sarebbe  uscita vittoriosa nella sua battagli per il ristabilimento della legalità.
L’azione, di fatto eversiva, proprio perche aveva per obiettivo l’arrogarsi, nei fatti , di poteri che  la costituzione attribuisce alla istituzioni elettive , di uno  specifico settore della magistratura,   ha invece gettato il paese nell’incubo, di cui non si intravede la fine, di un permanente conflitto tra magistratura e politica ormai in corso da quasi un ventennio.
Il tentativo di sostituire ,per via giudiziaria  una classe dirigente  con un'altra, eliminando  la prima attraverso la liquidazione dei suoi esponenti di punta  con il loro rinvio a giudizio  e "graziando" l'altra   nelle indagini   che la vedevano parimente coinvolta, provocava però la ribellione della maggioranza degli italiani ,determinando lo spostamento dei voti, che prima erano raccolti dai partiti di governo di centro e di centro sinistra, verso il movimento creato di Silvio Berlusconi.
La conseguente sconfitta del progetto di Achille Occhetto e della sua “gioiosa macchina da guerra”, sul cui risultato avevano scommesso poteri economici palesi ed occulti ,nazionali ed internazionali,  fu una drammatica sorpresa per  gli ideatori di questa spregiudicata manovra .
Invece di prendere atto che nel paese esisteva una netta maggioranza che non avrebbe accettato di essere governata da chi ,con un semplice cambio di nome, pensava di non avere più conti aperti con il proprio passato politico,  abbiamo assistito, per un quindicennio fino ai giorni nostri, al continuo reiterarsi dello stesso tentativo :  strumentalizzare la giustizia per sottrarre agli elettori il proprio diritto di scegliere, senza illeciti condizionamenti, i propri governanti. 
La logica del superiore interesse nazionale avrebbe voluto che , di fronte ai gravissimi scenari economici e politici che coinvolgono  il futuro del nostro paese come del mondo intero , l’opposizione si misurasse con il governo, con un confronto programmatico serrato , senza sconti nella ricerca di linee programmatiche alternative a quelle su cui le forze di maggioranza hanno ottenuto una non discutibile ampia maggioranza parlamentare .
 Ma ,per l’ennesima volta,  è stata ricercata  invece  la spallata definitiva contro il supposto usurpatore della legalità repubblicana:  dopo una stagione in cui ogni mezzo era  utilizzato per  condizionare  il presidente del consiglio nell’ esercitare il suo  mandato, con una ossessiva pressione   sulla sua vita privata e  con una campagna scandalistico mediatica di inaudita violenza, la deposizione del pentito Spatuzza ,  anticipata  come la definitiva resa dei conti della magistratura che avrebbe pubblicamente dimostrato   l’organica complicità di Silvio Berlusconi con l’organizzazione criminale Cosa Nostra .
E’ evidente a chiunque che un sospetto, suffragato da indizi riscontrati, di  uno scambio di favori  tra l’attuale Presidente del Consiglio e la mafia,  in cui si potesse credibilmente ipotizzare che   una serie di attentati stragisti utili per la riuscita della sua “discesa in campo” agli inizi del suo impegno politico, erano stati commessi quale risultato di una trattativa che aveva consegnato , nelle mani della “Onorata Società” vantaggi tali da far dire ad uno dei capi di questa (e riferito poi ai giudici da un suo uomo di fiducia ,oggi collaborante di giustizia),   “ci eravamo messi il Paese nelle mani", reso pubblico durante un processo, in cui uno dei suoi più importanti collaboratori è costretto a difendersi in appello dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa, avrebbe gravemente pregiudicato la tenuta del quadro politico italiano .  
Credo che nessuno di coloro che hanno ascoltato la deposizione trasmessa da Radio Radicale in diretta , non sia restato sbalordito dalla inconsistenza del racconto ai fini di una anche lontana ipotesi che valga come conferma del teorema  che da decenni viene suggerito agli italiani.
Gli indecifrabili i balbettii ,  scusabili forse nel caso di Spatuzza, meno per il  Procuratore Generale che sembrava interpretarne  i ricordi , hanno fatto crollare come un castello di carte , davanti ai rappresentanti di tutti i media internazionali ,accorsi a frotte di fronte all’ipotesi di uno scoop di tale portata.    Solo   le  ricostruzioni giornalistiche,  dei giornali di gruppi tradizionalmente  avversari a Berlusconi sul contenuto della deposizione,  facevano eccezione nel non riconoscere che la sceneggiata era stata uno spettacolo penoso   e tale da convincere chiunque della pretestuosità dell’operazione a cui si era assistito.
Il nulla  che si era ascoltato, che chiunque può direttamente verificare  ,collegandosi con Radio Radicale  non potrà restare senza conseguenze. Gli oppositori di una riforma profonda della giustizia,  ormai palesemente non più rinviabile , dovranno ascrivere, anche a questo episodio, la determinazione con cui  l'opinione pubblica la richiederà con urgenza al governo e al parlamento. 
E  forse cominciare ad approfondire , per una volta, anche la non troppo peregrina ipotesi che l’ attuale attacco a Berlusconi sia condotto da poteri occulti, nazionali e non , per obiettivi che travalicano la sua persona e che hanno  a che fare  più con il tentativo di impedire che una modernizzazione del sistema Italia, possa modificare equilibri , spazi e ruoli nella gestione del nuovo Risiko mondiale, potrebbe  non sembrare più un vuoto esercizio di dietrologia.
Fare quadrato intorno a Silvio Berlusconi , di fronte a questa tipo di continua e defatigante aggressione personale ,  non può più essere considerata  una scelta di acritica fedeltà o di cieca obbedienza al leader, ma un elementare  difesa della democrazia e delle regole di fronte ad una scomposta scelta  del “tanto peggio tanto meglio” praticata dal blocco politico giudiziario e mediatico avversario.  
E questo è necessità impellente dell’oggi,   se non vogliamo che il paese si avviti in una strada senza ritorno,  caratterizzata da  una conflittualità permanente di tutti contro tutti , e che la destabilizzazione del raggiunto assetto bipolare  determini  un moto centrifugo che produca diaspore  di pura sopravvivenza politica personale,  con  prospettive di instabili e temporanee aggregazioni, in cui la politica dei “due forni”, ripetuta all’infinto  , paralizzi di fatto ogni possibilità di riformare il nostro sistema.   
E queste considerazioni non esimono dall’osservare che  molti dei problemi che oggi preoccupano Berlusconi ,ed i quadri dirigenti del partito, nato dall’intuizione sintetizzata dalla “svolta del predellino” , sono anche  in parte responsabilità di chi ha concepito  i modi e i tempi  di questa, per altro straordinaria , “impresa”.
Non parlarne pacatamente, all’insegna del concetto che “non si deve disturbare il manovratore” in un momento  così difficile, sarebbe come mettere la testa sotto la sabbia ed accettare un compromesso con la propria coscienza di cui potremmo pentirci in tempi molto brevi .
Esiste infatti una condizione di disagio, nell’ambito della maggioranza di centro destra che è  più ampia di quella che oggi sostiene il governo Berlusconi, che ha determinato spesso conflitti che sono poi sfociati in separazioni di singoli , gruppi, di interi partiti durante il corso di questi ultimi quindici anni .
Disagi che sono da attribuire, non tanto all’effetto di una attrazione esercitata dalle proposte del centrosinistra, quanto da una non completa maturazione del superamento della condizione di provvisorietà nella strutturazione e stabilizzazione delle regole della organizzazione politica dell’area, che ha visto fino ad oggi premiare pragmatici aggiustamenti e , alle volte poco meditate improvvisazioni .
Sembra mancare una analisi approfondita ed alta che trasformi una aggregazione   perennemente stressata dalle necessità dell’oggi , di fatto in continua transizione , in un strumento stabile ed inclusivo di elaborazione, partecipazione politica e selezione delle classi dirigenti da proporre al paese , con una visione di ampio respiro culturale ed ideale e che abbia obiettivi prioritari di sviluppo di una democrazia efficiente e contemporaneamente rigorosa.
Lasciando al Popolo della Libertà  il compito che gli è proprio di rendere operanti in maniera più incisiva   gli organi previsti dallo statuto approvato al congresso, per avviare  e regolare  un dibattito interno, quanto mai indispensabile per dare modo di esprimersi alle diverse anime e sensibilità  che si sono aggregate in questo movimento, un contributo importante potrebbe venire dall’allargare i termini dell’analisi e del confronto anche a quelli  che si considerano appartenenti all’area culturale e politica di centro destra pur non essendo impegnati in attività di partito.
Concorrono alla crescente vitalità di questa area liberale di massa , chiaramente riconoscibile nelle sue linee ideali fondamentali,   uomini e donne che danno vita ad  galassia di iniziative aggreganti ,  come   circoli, associazioni , fondazioni , centri studi , comitati, si impegnano nel sociale,  che si confrontano nel web ed in pubblicazioni  e  che rappresentano con la loro attenzione alla politica, alla cultura , con il loro intervento nella società  è il vero segnale del successo della proposta politico programmatica   di Berlusconi. Proposta che si è affermata nella società italiana e che non ha ancora compiutamente sviluppata tutta la sua potenzialità. Sono infatti questi i soggetti che , cercano oggi di mantenere vivo un modello democratico partecipativo , fondamentale per la salvaguardia della democrazia al di là dei suoi  aspetti  formali.
Soggetti che, per la propria volontaria e disinteressata partecipazione al confronto delle idee , sono meno vincolati nelle loro valutazioni  da aprioristiche e acritiche obbedienze di convenienza, sempre presenti all’interno delle organizzazioni politiche in particolare in quelle in cui la cooptazione è regola prevalente nella selezioni della classi dirigenti.
Il valore del progetto iniziale che ha fatto da base alla nascita di Forza Italia e l’energia vitale di Berlusconi   hanno consentito di superare le difficoltà di un movimento politico, che fin dall’inizio della sua storia, si è misurato, contemporaneamente,  con i problemi della sua nascita e costruzione organizzativa e con il governo del paese.
Ma un eccesso di pragmatismo e forse una  affrettata sottovalutazione dell’importanza delle forme della democrazia interna e della partecipazione degli iscritti  alla elaborazione e alla discussione   dei programmi politici di governo o locali    e non solo alla  loro  diffusione propagandistica, evidenzia da troppo tempo, in Italia, in tutti i partiti e movimenti della “Seconda Repubblica”, segni di sofferenza . E non si  è per ora dimostrato funzionale ad alleviarla  il modello delle primarie all’italiana ,così caro al PD  .
Nel  Popolo della Libertà il problema ha caratteristiche peculiari, legate alla personalità del suo leader fondatore che, trasportando nella politica la sua esperienza di imprenditore, si trova più a suo agio guidando un modello gerarchico, solo  parzialmente temperato da meccanismi di tipo consultivo. In questo modella il consenso elettorale rappresenta il suggello di legittimazione democratica finale , mentre l’intero processo che ne è premessa   obbedisce più a criteri di efficienza che di condivisione delle responsabilità e di partecipazione.      
Una gestione accentrata , presidenzialistica , con cooptazioni dall'alto  è sembrata la soluzione esecutivamente più facile per organizzare, allo stato nascente , un  movimento  formato da persone provenienti da culture diverse quando non  da storie politiche concorrenti o addirittura avversarie, lasciando alla sintesi  del solo leader  la ricerca del minimo comun denominatore  che  ne facesse da collante.
Questo ha comportato alle volte dolorosi allontanamenti , perdite non necessarie ,  aggregazioni solo parzialmente riuscite,   con  conseguenze negative  sul lungo periodo .  Per di più una delle ragioni della mancata reciproca legittimazione tra maggioranza ed opposizione, che tanti evidenti danni fa al paese e anche all’attività di governo, nasce dalla conseguenza che  derivano anche dalla mancanza che è conseguenza della natura di un partito così strutturato.
 Quando la partecipazione alla   vita interna  di un movimento o partito politico è più scandita da momento della propaganda e della comunicazione, rispetto a quello della elaborazione programmatica e della partecipazione diffusa e  degli iscritti ai processi decisionali, non emergono  quadri ,   capaci sul territorio e nella società,   di misurarsi con i sostenitori dei partiti   avversari, in maniera funzionale alla loro conquista. Conquista resa più difficile dal fatto che nel nostro paese il messaggio politico di sintesi, veicolato dai mezzi di comunicazione di massa non penetra tra gli avversari , ma prevalentemente serve a rassicurare i già simpatizzanti e a conquistare una parte degli eventuali indecisi.
Lo zoccolo duro dei sostenitori della alternativa di sinistra, è stata investita per anni,  in via esclusiva, da una abile disinformazione  con cui i partiti di sinistra, hanno supplito alla  mancanza di qualsiasi progetto  riformatore   che  consentisse di gareggiare credibilmente per la soluzione dei problemi che hanno investito l’Italia e il mondo dopo la caduta del Muro di Berlino, determinando  la comparsa nella   società civile  di un’area  praticamente impermeabile alle idee altrui  e quasi del tutto refrattaria a prestare ascolto   , in particolare se il messaggio proviene in via esclusiva dai mezzi di comunicazione di massa .
La  “settarizzazione” di  questa parte della società   è il risultato di un vero e proprio lavaggio del cervello che ha diffuso modelli di riferimento, luoghi comuni, archetipi positivi e  negativi, provocando una adesione acritica ad una falsa storia d’Italia che fa reagire le persone , con istintiva ostilità  e chiusura   ai messaggi di segno contrario   provenienti da quelli che non considerano avversari ma nemici , delegittimati e criminalizzati nei simboli , nei valori   e nei comportamenti .
Un circuito perverso  di condivisione fideistica e rassicurazione collettivo di tipo claustrofobica identitario,  difende certezze e appartenenze . L’unica possibilità che esiste per intervenire positivamente, all’interno di  queste vere e proprie   cittadelle    dell’ estremismo , per renderle di nuovo disponibile al confronto delle idee  è quella che un “ personale politico”, che solo modelli più avanzati di partecipazione politica possono preparare , attivi rapporti maieutici per riaprire un dialogo che se resta interrotto renderà impossibile che nel nostro paese si istauri una corretta civile convivenza.
 Questo obiettivo si è dimostrato irrinunciabile . Senza una reale circolarità delle idee e senza la scoperta di valori condivisi in merito alla identificazione del comune interesse nazionale il vincere le elezioni e governare, quando gli oppositori  si trasformano in nemici irriducibili  ,pronti a qualsiasi azione pur di rovesciare il governo prima della scadenza naturale della legislatura ,sta diventando  un esercizio defatigante se non  impossibile .  
Sena contare che , se non si  recupera il modello di una organizzazione politica aperta ed inclusiva,  con una presenza diffusa nel territorio e nella società , un paese con così tante articolazioni e specificità e una purtroppo lunga tradizione di latente guerra civile,   la  capacità di interpretare i bisogni della collettività,  progressivamente diminuisce .
 In sintesi il Popolo della Libertà può vincere le elezioni, sempre che  tutte le sue componenti trovano un equilibrio tra il bisogno di unità di azione e la necessaria articolazione del dibattito attraverso un rilancio delle funzioni degli organi direttivi definiti nel congresso di fondazione.
Ma tale modello non sembra in grado di proporsi in termini da evitare il pericolo che gli avversari,  sconfitti alle elezioni ,  siano poi   attratti   dal rilanciare   i temi della demonizzazione , delegittimando aprioristicamente qualsiasi tentativo di rompere le mura della incomunicabilità, al riparo delle quali allevare ulteriori generazioni non di avversari ma di nemici, pronti ad allearsi con qualsiasi potenziale “potere” interno e esterno, per limitare l’azione del  governo nella realizzazione del programma per cui ha avuto la maggioranza dei consensi.
 
 
 
Il problema è complesso e di non semplice soluzione ed investe tutti, da chi  ha il carisma per   gestirlo,  e quindi Berlusconi stesso e i dirigenti di ogni ordine e grado dei partiti che si riconoscono nell’area di centro destra , i militanti ed i simpatizzanti. Ma una  discussione  libera e senza condizionamenti,  tra chi chi si sente appartenente a quest’area culturale e politica, non ancora del tutto stabilizzata ma che allo stato attuale appare come l’unica in grado di far emergere , in Italia, le linee guida e le energie per un rilancio del sistema paese, potrebbe dare risultati importanti per tutti.


La politica italiana alla caduta del muro di Berlino  ha offerto un esempio  di indescrivibile incapacità delle classi dirigenti nazionali di trovare la via di uscita corretta per il superamento della  condizione di democrazia bloccata che la divisione in fazioni  ,entrambe con i propri alleati esterni,  le nazioni occidentali e la Nato per i partiti democratici, l'Urss e il Patto di Varsavia per i comunisti italiani,  aveva sancito .Democrazia bloccata per un accordo non realizzato  per una scelta autonoma interna al sistema italiano ,ma per estensione  di un accordo di fatto , internazionale ,derivante dalla impossibilità di prevalere militarmente sull'avversario a causa del reciproco ricatto nucleare. 

Al "liberi tutti" successivo alla caduta del Muro di  Berlino, dopo l'implosione per inefficienza del sistema economico sociale  comunista, invece di un assorbimento del Partito Comunista Italiano, che per la storia particolare, inqualche misura positiva, che aveva caratterizzato negli anni la sua "coabitazione" con le istituzioni democratiche nazionali  , sarebbe potuto avvenire nel sitema politico italiano , con ragionevole tranquillità,  nel riadeguamento delle istituzioni italiane, a partire dalla Costituzione , alle necessità dei nuovi tempi. Certo il PCI avrebbe dovuto rinunciare alla rivendicazione di una egemonia politico morale che dopo il 1989 diventava impossibile difendere e utilizzare, ed alla pretesa di poter sostenere  come solo positivo il percorso politico intrapreso dopo la scissione di Livorno.

Il PCI scelse la strada Ochettiana del colpo di stato surretizio, con l'indagine di Tangentopoli pilotata con l'obiettivo di distruggere per via giudiziaria le classi dirigenti dei partiti democratici filoccidentali,  in particolare del partito rivale ,il PSI di Bettino Craxi, distruzione avvenuta con la collaborazione di una quinta colonna interna  a questi stessi partiti .   L'elettorato  moderato ,rimasto orfano scelse chi ,con intelligente determinazione e fantasia organizzativa, riusciva ad apprestare, in tempi rapidissimi, un bastione a difesa dietro cui raccogliere chi non era disponibile ad accettare un così ingiustificato rivolgimento della giustizia storica,  per rendere  impossibile il completamento di un disegno eversivo che  solo per la fortunosa discesa in campo di Berlusconi  riusciva così ad impedire.

Ma il modello  rivelatosi suicida, che il PCI  di Ochetto scelse per non doversi confrontare veramente con la sua storia,  non fu altro che l'ennesima riedizione della incapacità di una fazione di rinunciare, per un interesse superiore, a restare tale.
 
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