27 giugno 2010
Una supposta superiore moralità pubblica non assolve la Sinistra per la sua mancanza di progetti credibili.
E non giustifica il tentativo di richiedere, con processi di piazza mediatici, le condanne più favorevoli ai propri interessi storici quando non di bottega.
Il caso del neo ministro Brancher: non c'è dubbio che la sua nomina a ministro sia avvenuta in maniera irritualmente veloce, e ogni dubbio sulle reali motivazioni delle modalità con cui questa scelta è stata fatta, sono legittime.
Il dissenso, anche interno al PDL, alla utilizzazione del "legittimo impedimento" da parte del neo ministro ha, insieme all'intervento del Presidente della Repubblica, consigliato Brancher di rinunciarvi.
Questo successo del buon senso politico non autorizza la sinistra a cavalcare ulteriormente la polemica, superati come sono i rischi per una corretta aministrazione della Giustizia. Il tentativo di invitare i sostenitori del governo ad aprire gli occhi sulla scarsa moralità della società italiana, politica e non, attribuendone la responsabilità a Berlusconi ed a coloro che votano per lui, aprendo magari una nuova campagna sulla diversita antropologica della opposizione ,è quanto meno risibile.
Resta comunque evidente come, tra gli aderenti al Popolo della Libertà ,più di un problema è in attesa di risposte adeguate e coerenti con le forme organizzative di una grande democrazia occidentale, e come sia indispensabile che tutti coloro che intendono contribuire al miglioramento organizzativo e politico di questa fondamentale componente della politica italiana, partecipino senza timidezze al confronto che sempre più velocemente si sta sviluppando ben al di là dei soliti "addetti ai lavori".
Ma a "sinistra" è in atto l'ennesimo tentativo di nascondere il proprio affanno dietro la questione morale, che, come è evidente, riguarda l'intera società italiana, che, nelle sue varie e contraddittorie componenti, tende sempre a considerare immorali i costumi degli altri e poco riflette sulla immoralità dei propri.
Molti in Italia ancora non percepiscono che le storiche divisioni ideologiche, tenute reciprocamente e artificialmente in vita, offrono un ventaglio di "morali" per cui quello che è bene per l'uno è malissimo per l'altro e viceversa. Senza una conciliazione continueremo ad avere due storie, due identità, due giustizie, e... nessuna identità comune.
Riemerge, in quest'ultimo periodo, con grande virulenza anche il desiderio di rovesciare con processi mediatici i risultati dei percorsi giudiziari reali, con cui erano state sconfitte alcune delle ricostruzioni della "vulgata storica", cara ai partiti postmarxisti, sulla storia della Prima Repubblica, costruite sulla base della teoria del doppio stato, imposte all'opinion pubblica italiana negli ultimi 20 anni del secolo scorso, con largo uso delle ricostruzioni dei pubblici ministeri, ed un pò meno delle sentenze passate in giudicato.
Imposizione fondata su alcuni capisaldi, tutti coerentemente contraddistinti da opinabili basi storiche, scientifiche, o giudiziarie, ma sempre sostenutia da una gigantesca mole di libri, trasmissioni televisive, opere cinematografiche e teatrali, trasmissioni radiofoniche e televisive, oltre a martellanti campagne stampa, col supporto di convegni ed eventi mediatici di ogni genere, tali da saturare ogni spazio di dubbio, o dissenso, oltre alla straordinaria selezione e al successivo sostegno di generazioni di divulgatori e propagandisti. E questa falsa storia, vissuta con un accanimento settario e la cecità di convinzioni poggiate sulla scelta aprioristica di campo è l'elemento identitario sotteraneo ma fondamentale di gran parte dell'elettorato di sinistra.
Ed il contrasto mancato di questa area del "malaffare culturale" è uno dei più pericolosi fallimenti del centrodestra, il cui dilettantismo in materia viene pagato gravemente dallo società italiana in termini di inconsapevolezza storica delle proprie radici e di incapacita patologica ad identificare i veri motivi per cui molti lutti che hanno penalizzato il nostro paese sono ancora senza giustizia.
L'esempio più clamoroso, ma anche il più complesso, di questa tipologia narrativa è senza alcun dubbio il "Caso Ustica".
Caso che in questi giorni viene riproposto all'opinione pubblica nazionale, rilanciando, come già dimostrate, ipotesi riconosciute come non veritiere, o non sostenute da prove sufficienti, da un processo terminato in Corte di Cassazione con una sentenza esemplare nella storia giudiziaria italiana.
Varrà la pena di seguire lo svilupparsi di questa vicenda, mantenendo soprattutto l'attenzione sulla possibilità di una corretta informazione e verificando la sopravvivenza del contradittorio, senza il quale in democrazia non c'è informazione.
In un'apposita sezione di questo sito ne parleremo diffusamente nei prossimi giorni:
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