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PICCOLI EDITORIALI

8 marzo 2010
Inquietanti scricchiolii
Il Pdl, dopo il Congresso fondativo di Roma, si è rivelato non in grado di superare, da una parte la sua condizione di partito "a proprietà privata", che già comincia a mostrare vistosi segni di logoramento, e dall'altra di non saper impostare un corretto sistema di selezione della sua classe dirigente, risultando troppo condizionata da aggregazioni mosse da interessi economici e di potere invece che da adesioni ad idealità e progetti di riforma. 

Il Presidente Berlusconi, sconta  oggi l'illusione, spesso tipica di coloro che, provenendo dal mondo dell'imprenditoria, pensano che un sistema gerarchizzato di tipo aziendalistico, possa anche in politica dare risultati positivi.

E' l'adesione fideistica al cosidetto modello del "fare",  un sistema che inizialmente può dare qualche  illusione  di maggiore efficienza,  in particolare rispetto ai risultati prodotti da  istituzioni o movimenti politici, entrati in crisi per esaurimento delle loro funzioni storiche (nulla è eterno nelle cose umane), ma che storicamente termina sempre con cocenti delusioni.  

E' stata una impresa, di cui Silvio Berlusconi potrà sempre vantare il merito, l'evitare che una  minoranza sconfitta dalla storia, ma protetta da una magistratura non imparziale, che aveva liquidato i partiti di maggioranza, assumesse il controllo del paese,  mentre i partiti di maggioranza venivano costretti a pagare, con la loro scomparsa, il sistema di finanziamento illecito della politica, a cui anche la minoranza aveva pienamente partecipato.

Per arrestare la decadenza che stava colpendo la società italiana all'inizio degli anni novanta, a causa della crisi di rappresentanza  determinata dallla sparizione dei partiti coinvolti nell'inchiesta di tangentopoli, Berlusconi fondò un partito, organizzandolo in termini gerarchici con nomine dall'alto. Moltissimi accorsero pensando che una volta superata la  fase transitoria tipica dei movimenti politici allo stato nascente, sarebbe stato logico tornare a forme organizzative nuovamente  partecipative  e democratiche, coerenti con i principi della storia repubblicana,  tipiche dei partiti per cui avevano fino ad allora votato.

L'emergenza come condizione permanente del confronto con le coalizioni di sinistra, in un quadro di non legittimazione reciproca, fece a molti trascurare che , in un partito, soluzioni autoritarie di vertice  nella scelta delle linee politiche, nella gestione del finanziamento pubblico, nella scelta dei quadri dirigenti, nella formazione delle liste elettorali, con  gli eletti di fatto nominati, avrebbe portato, se non strettamente transitoria, ad  una degenerazione del sistema con conseguenze nel medio e  lungo periodo, peggiori del male che si voleva evitare. 

E' per altro vero che la costruzione, in tempi  necessariamente rapidissimi, da parte di Silvio Berlusconi, di un nuovo movimento politico che assumesse la rappresentanza degli ideali, dei progetti, delle speranze dei "moderati italiani" derivò  "purtroppo"  dalla incapacità di auto riforma dei tradizionali partiti  di maggioranza della "prima repubblica" e dalla incapacità di risposte politiche e di governo adeguate ad  una aggressione mediatica giudiziaria  ai limiti dell'eversione. Di questa responsabilità o complicità, molti ne porteranno per sempre il peso, nella loro  memoria e storia personale.

Il "si salvi chi puo" resterà mestamente nella memoria collettiva, a rappresentare l'ultimo atto di un periodo,  per molti aspetti glorioso, iniziato con la Resistenza, che ha donato all'Italia il ritorno alle regole democratiche, la fondazione della Repubblica, la ricostruzione del paese distrutto dalla guerra, le alleanze con i paesi occidentali per la difesa della libertà minacciata dall'espansione, imposta con le armi, del comunismo.

Qualsiasi  errore fatto da Silvio Berlusconi,  durante gli anni che vanno dalla sua discesa in campo alla fondazione del Popolo della Libertà, non può farci dimenticare, che senza  le sua scelta di impegnarsi direttamente in politica, questo paese avrebbe iniziato un definitivo percorso di decadenza difficilissimo da superare. E che tra difficoltà crescenti degli scenari economici mondiali  l'Italia appare governata  con accettabili risultati.

Ma questo comunque non consente di eludere il problema.

Ora lo stesso Berlusconi si trova a dover provare, di fronte a questa crisi  evidente del Popolo della Libertà, di essere ancora in condizioni di offrire al paese una soluzione  per  evitare  le paludi di una nuova lunga transizione, in cui verrebbe inevitabilmente bruciato  quanto di straordinariamente positivo ha fatto in questi anni, dalla nascita di Forza Italia  fino alla creazione  del nuovo partito, a premessa della raccolta di tutti i moderati italiani in una unica formazione.
 
Può promuovere lui stessa la trasformazione del Popolo della Libertà,  con  strutture più adatte a contemperare l' impianto di tipo presidenzialistico con  regole di formazione delle decisioni  di tipo  democratico. Strutture partecipative in grado di realizzare la sintesi delle diverse culture  da cui provengono gli iscritti, che altro non solo che l'espressione piu avanzata di quella parte  del corpo elettorale di cui si chiede il consenso e che esprime una pluralità di idee  che ne è la ricchezza  ma che solo la democrazia del confronto consente di amalgamare. 

Altrimenti, l'evoluzione naturale degli scenari determinerà, superate le elezioni regionali, che  il problema della  inadeguatezza dello strumento partito   condizionerà negativamente l'azione di governo  ed  impedirà l'attuazione delle  riforme  che la società italiana aspetta ormai da troppi anni.

Gli scricchiolii, che udiamo in questi giorni, potrebbero trasformarsi, da segnali di assestamento del Centro Destra verso equilibri più funzionali ed efficienti, nel rapporto con la società italiana,  in anticipazioni  di scosse di un  terremoto   dell'intero  sistema politico italiano. 

Di fronte a queste non rassicuranti ipotesi sarebbe interessante che i vari "pensatoi" del Centro Destra cercassero di promuovere un confonto su quale un modello di partito sarebbe auspicabile per il futuro. Magari aprendo il dibattito anche sul web.
 
Crediamo che il tempo sia venuto per ricominciare, almeno dal basso, a fare qualcosa, ricordando a tutti che "Dio acceca chi vuol perdere".

INTERVENTI A COMMENTO:

 
 
 
 
Caro Francesco,
condivido le tue riflessioni relative al PDL per come si è manifestato oggi dal giorno della sua fondazione: partito di  assolutismo monarchico che mal tollera le critiche (altro che liberalismo) e , purtuttavia, non impedisce il formarsi di varie camarille di corte, tutte, comunque, all'insegna del vassalliggio più squallido. Non è sicuramente il grande partito liberale del xxi secolo. si sfascerà con l'umana dipartita del re.
Ed è un peccato per la democrazia italiana che ha bisogno di una forza capace di esprimere un liberalismo alto, maturo, europeo, non di corte e tanto meno di cortile, pro affari propri, anche se quest'ultimo ben esprime il tipo di capitalismo da rapina - come ben emerge dalle inchieste della magistratura di questi giorni - qual'è quello italiano.
Naturalmente, ciò non assolve la sinistra. Sai bene le critiche che rivolgo alla mia parte, anch'essa votata al cortile, e pertanto incapace di avere una visione della società in cui gli interessi generali prevalgano sui rapporti di potere spicciolo, di corrente o cordata che sia.
La destra italiana credo abbia un compito più facile in qualche modo: le bastere buttare a mare un re che si è dimostrato inadeguato - principalmente se non esclusivamente preoccupato da tre legislature a risolvere i suoi tanti problemi con la giustizia mentre le riforme di cui l'Italia ha bisogno sono ancora lì che attendono - e, facilitata da un leader come Fini che ben saprebbe guidarla, allinearsi politicamente e sopratutto culturalmente alle grandi forze popolari e conservatrici europee ben rappresentate da Sarkozy e dalla Merkel; viceversa la sinistra, non solo quella italiana ma europea nel suo insieme dopo la crisi delle socialdemocrazie, si trova davanti alla necessità di ripensare se stessa nei termini di un socialismo del xxi secolo, che, senza sentimenti di inferiorità nei confronti delle privatizzazioni di quelli che sono i beni e i servizi primari di un popolo, rivaluti il pubblico nei campi della sanità, dell'istruzione, dei trasporti, dell'energia, del credito e della casa, e lasci pur crescere quanto vuole il mercato e libera conconcorrenza nelle industrie voluttuarie. Lo stato cioè pensi al pane, il mercato alle rose.
Ciao, Diego
( Diego Zandel)
2°
Follini, casini, fini, girondini..siete bravi ragazzi ma non prendetevi troppo sul serio. Viva il Risorgimento!
Renzo Alzetta
 





2 marzo 2010

Un intervallo più lungo di  due mesi
Non aggiornare questo sito per oltre due mesi  e pensarci tutti i giorni sembrerebbe il segno di una improvvisa idiosincrasia allo scrivere. Invece la cosa è purtroppo più grave e riguarda invece un problema di natura etica rispetto agli obblighi  che, chiunque si relazioni con il suo prossimo e faccia della comunicazione lo strumento del suo rapporto con gli altri, deve affrontare . 

Non si  possono infatti  sottacere cambiamenti profondi di valutazione su tesi  ,sostenute per lungo tempo , evitando di renderli palesi e  senza accettare  che su questi ,chiunque lo desideri, in particolare  chi è stato un  abituale interlocutore,  possa intervenire  per   o contestarmi  o anche solo per  richiedermi spiegazioni.

Durante questi ultimi mesi   la politica nel nostro paese ha  convulsamente fatto emergere fenomeni vistosi di disagio sociale di fronte alla crisi economica e di incapacità da parte delle forze politiche ed istituzionali di trovare una conciliazione delle differenti visioni per superare  i gravi conflitti  che ne derivano.  Non si è riusciti a concordare  su di un minimo comun denominatore  per consentire  l'affermarsi di un quadro di riferimento che portasse l'Italia  ad affrontare  con qualche speranza di successo  il rischio, ormai evidente  di collasso della sua unità statuale , dei vincoli di solidarietà sociale,  di tenuta  delle sue istituzioni e del modello economico su cui si regge il "sistema paese"

Confesso, con disagio che il mio giudizio problematico sulle scelte del Popolo della Libertà ,successive al  suo Congresso di fondazione, che perpetuavano la struttura verticistica, che aveva caratterizzato  l'organizzazione di Forza Italia   e del suo   modello di partito non partecipativo, non più scusabile oggi dalle necessità di un  movimento allo stato nascente,  si è ulteriormente aggravato .
 
Un giudizio che non può più essere confinato solo  in qualche accenno marginale  in una analisi  fino ad ora largamente positiva , del ruolo del Popolo della Libertà ,anche in termini di prospettive  future , come ho fatto sostanzialmente almeno fino alla fine dell'anno passato, 

Quello che in questi primi mesi dell'anno si è rivelato agli occhi degli italiani a proposito del Popolo della Libertà non appare   più solo  una  temporanea malattia della crescita, ma è  molto probabile che il disagio si possa trasformare rapidamente in una gravissima degenerazione ,in  una infezione  che non curata per tempo   rischia di distruggere  tutte le speranze di riforma delle  ormai inadeguate istituzioni nazionali  e di trascinare l'intero paese in una definitiva spirale di decadenza.

Sento ,dopo aver tante volte sostenuto le ragioni del centro destra di fronte al tentativo della sinistra italiana di non fare i conti con gli errori ed orrori della sua storia, che altri errori da parte nostra vengono ogni giorno compiuti e tacerne l'esistenza e non cercare la via per impedirli  sarebbe una atto disonesto e profondamente disonorevole.

Cercherò nei prossimi giorni di riassumere, per gli amici che vogliono confrontarsi  su questi temi, una prima sintesi  dei problemi più gravi che , a mio avviso ,dovremmo affrontare nell'area del centro destra , ,per tornare ad esercitare un ruolo realmente incisivo  nell'adeguamento degli strumenti necessari a rilanciare un progetto politico vincente.

Per primo, credo, dovremmo cominciare ad affrontare il tema partito e la valutazione del Popolo della Libertà come organizzazione del consenso dell'area di centro destra e della sua adeguatezza a rispondere allo scopo. che noi gli attribuiamo.

In ogni caso,  predisponiamoci ad un buon esercizio di autoanalisi.





24 dicembre2009

A tutti i visitatori i migliori auguri di Buon Natale

Una polemica ,cominciata con un mio intervento sul sito di Diego Zandel,  è stata  accesissima e vale la pena  di leggerla: è interessante per l'insopportabile rivendicazione di superiorità morale di alcuni interlocutori, per altri aspetti è un  esempio di divisione ,tra italiani, irriducibile : 

Cliccare su:

 
http://www.diegozandel.it/news_dett.asp?id=251



22 Dicembre 2009
 
Il sito di Diego Zandel intellettuale e saggista, e' un cenacolo di amici, quasi tutti di sinistra, decisamente anti berlusconiani. Qualche volta intervengo in dissenso, ma come dico in altra parte di questo sito trovo questo luogo del web importante per confrontarsi, anche  con decisione, ma difendendo insieme il diritto alla polemica, al disaccordo, all'eresia rispetto all'omologazione.


L'ultimo post di Diego era interessante e lo propongo integralmente con le osservazioni  che ho scritto nella loro forma integrale in campo giallo. L'intervento a commento sul suo sito è per forza più ridotto.  


E LO CHIAMANO ODIO
E' legittimo per un cittadino pretendere che il presidente del consiglio del proprio paese NON sia inquisito dalla magistratura?
E' legittimo per un cittadino pretendere che sul presidente del consiglio del proprio paese NON gravi l'ombra di accuse infamanti come quelle di corruzione di giudici, di testimoni, di evasione fiscale, di falso in bilancio e di altri reati?

No: la magistratura  ha ampiamente e  indiscutibilmente dimostrato l’esistenza, in una parte di essa, di una marcata politicizzazione  di segno contrario al presidente del consiglio inquisito 
 
 
E' legittimo per un cittadino pretendere che il presidente del consiglio del proprio paese sia del tutto alieno, nell'azione di governo, da interessi personali che riguardino le sue attività, legittime fino al momento di assumere una carica pubblica di così grande rilievo, di imprenditore?

No: il conflitto di interessi è alla luce del sole, i cittadini, informati in particolare dalle opposizioni, possono se insoddisfatti della insufficiente “alienità”, non votarlo, e quindi sono ampiamente tutelati nei loro diritti democratici. 
 
E' legittimo per un cittadino pretendere che il presidente del consiglio del proprio paese, facendosi scudo della sua carica, del consenso di cui gode tra gli elettori, della obbedienza da parte dei ministri del governo che presiede e della maggioranza dei parlamentari che lo sostiene, NON utilizzi il potere che gli deriva per varare leggi che riguardino lui direttamente e i suoi personali affari?

No: è illegittimo per il cittadino pretenderlo perchè nel caso di conflitto di interessi non  votarlo alle elezioni successive è deterrente sufficiente  ed  se le leggi  ad personam  sono necessarie ad evitare che un giudizio politicizzato lo elimini dalla scena politica, non perchè colpevole ma perchè è avversario politico della parte con cui il magistrato è in sintonia ,è altrettanto illeggittimo chiedere che non si facciano.
 
E' legittimo per un cittadino pretendere che il presidente del consiglio del proprio paese, accusato di reati gravissimi, affronti i processi che lo riguardano come qualsiasi altro cittadino, semmai ancor più serenamente in chi può fare affidamento su avvocati e studi legali di grido, impossibili per il cittadino comune, oggettivamente privo delle identiche possibilità economiche?

Non è legittimo, perche il tempo sottratto come impegno ed attenzione, e tensione, per difendersi dalle accuse, ancora da dimostrare anche se, gravissime, sarebbe sottratto a quello necessario a governare il paese, come da mandato elettorale. Costringendolo alle dimissioni che sarebbero una conseguenza di un intervento, per altro viziato proprio dalla inimicizia politica dei giudici nei confronti dell’ipotizzato colpevole, sarebbe una alterazione così grave delle regole democratiche da non essere, prevedibilmente, accettabile dalla maggioranza degli italiani. 
 
E' legittimo per un cittadino pretendere di NON essere assimilato e compreso nella categoria generica di italiani e/o popolo dal presidente del consiglio del proprio paese quando afferma di godere del consenso degli italiani e/o del popolo?

No: il Presidente del Consiglio, dopo la sua investitura, è il presidente di tutti gli Italiani e in democrazia quando si dice di godere il consenso del popolo si intende quello derivante dalla vittoria elettorale su altri candidati risultati in minoranza. E’ l’odio nei confronti di Silvio Berlusconi vincitore alle elezioni, che tu Diego dichiari che non esiste, a farti fare una domanda così rivelatrice di un pregiudizio.
 
E' legittimo per un cittadino, che si oppone alla politica del presidente del consiglio del proprio paese, pretendere  di  NON essere definito antitaliano o coglione dal presidente del consiglio del proprio paese, ma essere rispettato alla pari dei cittadini che lo sostengono?  

Non sempre, se per esempio quel cittadino ha calunniato il presidente del consiglio determinando un danno all’immagine del paese e danneggiandone la complessiva credibilità, è sicuramente un antitaliano, forse inconsapevole, ma di fatto lo è, ed in particolare non mostra molta intelligenza a non sapere distinguere tra l’interesse nazionale, sempre da tutelare, e il bisogno che i suoi soggettivi giudizi siano condivisi costi quello che costi.  
 
Se tutto ciò è legittimo, perché parlare di odio nei confronti del presidente del consiglio del proprio paese, e non invece di cittadini che gli si oppongono, semplicemente, perché, a torto o a ragione, pretendono  un'Italia diversa, un'Italia  in cui il presidente del consiglio del proprio paese NON sia inquisito dalla magistratura, sul quale NON gravi l'ombra di accuse infamanti, un presidente del consiglio che sia del tutto alieno, nell'azione di governo, da interessi personali, un presidente del consiglio che NON si faccia scudo della sua carica, del consenso di cui gode tra gli elettori, dell'obbedienza da parte di ministri e della maggioranza di cui gode in parlamento per  farne un uso proprio e non affrontare i processi?

La retorica Caro Diego è pericolosa da usare, perche vedi che per me le conclusioni contrapposte alle tue, mi fanno dire che tutto quello che con tanta determinazione e buona fede sostieni, per me e per la maggioranza elettorale degli italiani non è scontato e non puoi chiederne la condivisione.
 
Perché parlare di odio nei confronti del presidente del consiglio del proprio paese, e non invece di cittadini che gli si oppongono semplicemente perché, a torto o a ragione, pretendono quel posto presieduto da un uomo veramente libero da ogni interesse di parte,  capace di indirizzare la propria azione di governo nell'interesse generale  e che si esprima in ogni atto, manifestazione e parola  pubblica nel rispetto delle altre istituzioni indipendenti che rappresentano lo stato e dei cittadini tutti, anche quelli contrari a lui, che ne fanno parte, senza essere considerati antitaliani o coglioni? 
 
E’ odio, ispirato da chi non riesce a capire che  le rendite di posizione, in politica, non durano in eterno, e che  il popolo in democrazia, alla fine è l’unica fonte di legittimità. Dentro regole che tutelino le minoranze e i diritti degli individui, naturalmente, ma anche su queste, solo il popolo ha il potere finale di decisione.
Stai tranquillo Diego che se in politica o dalla società civile sorgesse “un uomo veramente libero ecc ecc.." gli italiani tutti non se lo farebbero scappare. Per intanto ci teniamo quelli che abbiamo e allora? mi devi dimostrare tu  che hai un candidato a presidente del consiglio  migliore del mio. E quanto al  mio presidente Silvio Berlusconi, mio perchè lo voto e mio perchè è il presidente di tutti gli italiani,  non sai quante volte fa cose che non condivido e quanto  trovo inadeguato il modello di democrazia interna del Popolo della Libertà, e ne do ogni volta  pubblica testimonianza coi mezzi che ho, ma fino ora tutto quello che è comparso  come alternativa era terribilmente peggio. E la democrazia è l’arte del possibile e poi dello scegliere.  
 
Lo potrà tornare a fare, semmai, quando tornerà ad essere solo un esponente del suo partito. Non finché gli è stato dato l'onore di vestire i panni di presidente del consiglio della Repubblica Italiana. 
 
Dopo averti contestato tutte le domande che ti sei posto e ci hai posto su questa affermazione quasi concordo con te: da Presidente del Consiglio sarebbe bene che si moderasse un poco nell’esprimere il suo pensiero sugli avversari, ma non credi che i suoi avversari potrebbero essere un poco meno settari (e sono gentile) nel parlare di lui?
 




Lo scontro in parlamento
Fabrizio Cicchitto, oggi è nel mirino della opposizione parlamentare e mediatica al Governo Berlusconi, a causa del suo intervento alla Camera dei Deputati. 
Per un certo periodo di tempo mi ha legato a lui una  frequentazione abbastanza assidua, per avere noi  scritto insieme, con Luigi Da Rold, il saggio “La disinformazione in Commissione Stragi” quasi dieci anni fa.
Poi ho curato, come direttore editoriale,  per qualche anno  numeri sperimentali de “l’Ircocervo”, rivista politica culturale dell'area del Popolo della Libertà, fino a quando la rivista ha assunto la sua attuale nuova e definitiva veste e ancora da lui diretta.
E un politico serio e un profondo conoscitore della storia politica della repubblica italiana , e le contestazione che ha ricevuto  anche da esponenti del Popolo della Libertà,  alla determinazione e al tono  del suo intervento sono  ingiustificate e non plausibili.  
 
 
E' un amico che ora vedo meno spesso, con cui ho condiviso molta parte delle sue  valutazioni  su “mani pulite” che anche io ho considerato, per i suoi effetti perversi, un vero e proprio golpe, che ha creato conseguenze negative terrificanti alla vita democratica del nostro paese. E sarebbe bastato, che, per gli stessi reati, i supposti colpevoli fossero stati inquisiti, processati e ,se del caso, condannati, con identiche misure e pene da una magistratura imparziale, per evitare al paese questa defatigante transizione .
Su altre cose ho con lui , in qualche misura dissentito, in particolare ed in tempi più recenti, sulla necessità, di aprire un confronto, fin da subito, sulla auspicabile evoluzione del modello organizzativo di Forza Italia (e oggi, a maggior ragione, sullo stesso problema dovrebbe essere  attivato un dibattito all'interno del Popolo della Libertà).
Sono entrambi partiti per cui voto dalla loro fondazione, riconoscendomi largamente nei loro programmi di governo, ma considero il loro modello organizzativo del tutto inadeguato a dare una corretta risposta al bisogno dei cittadini di partecipare alla elaborazione dei programmi, alla selezione dei candidati, alla discussione ed alla approvazione delle linee guida del movimento in cui si riconoscono non in maniera episodica, e a cui aderiscono.  
Ed il problema ha riflessi non marginali sulla qualità della democrazia del paese. Un tempo nei partiti democratici questa esigenza era ben rappresentato, negli statuti che regolavano la vita interna, ed se mai il problema era che, nella la pratica, spesso non se ne otteneva il puntuale rispetto, (e su questo si aprivano furibonde battaglie sul livello della legalità interna).
 
Oggi tutti i partiti  della seconda repubblica, presentano un deficit di democrazia che neppure il meccanismo delle primarie, che qualche partito ha  affrettatamente varato, è stato capace di rispondere a questa esigenza.
E i “partiti leggeri”, fondamentali per diminuire il costo della politica (con il relativo corollario di conseguente illegalità), possono benissimo essere dotati, per merito delle nuove diffusissime tecnologia di comunicazione e relazione sociale, tramite web, di strumenti poco costosi e più che adeguati a promuovere il dibattito interno e assicurare partecipazione e democrazia nelle decisioni.

E una presidenza a vita  dei fondatori dei partiti nati di recente avrebbe risolto il problema di mantenere, per un lungo periodo, al riparo da forme di snaturamento, sempre possibili, le ragioni di fondo e il progetto all'origine del movimento, efficacemente contemperando questa esigenza con una più articolata dialettica democratica interna.   

Nella critica agli errori dei partiti della prima repubblica, mai come in questo caso, si è buttato via il bambino con l’acqua sporca.
La democrazia necessita, per essere veramente inclusiva e partecipativa nei suoi effetti, non solo del libero voto degli elettori con la convocazione dei comizi elettorali e la chiamata alle urne. Le transizioni  politiche, dopo eventi storici che abbiano provocato  modificazioni traumatiche, possono obbligare i partiti nati dopo la decadenza di quelli di maggiore tradizione, ad adottare temporaneamente modelli che concentrino il potere nelle mani dei fondatori (che sceglieranno poi obbligatoriamente la cooptazione, nelle fasi iniziali della vita del movimento, per la selezione dei quadri). Ma non può essere la soluzione permanente.
Superata l’emergenza della fase costituente iniziale, si corrono  rischi molto gravi, mantenendo in vita le formule organizzative iniziali, in particolare emerge progressivamente  l’incapacità di interpretare correttamente i bisogni del paese, contemporaneamente le classi dirigenti intermedie si traformano in oligarchie  autoreferenziali e quasi certo il movimento  rischia  di dividersi in  frammentazioni personalistiche, quando i fondatori ne lasciassero, esaurito il loro ciclo storico, la guida.

Indicato il dissenso che  riguarda a mio avviso, comunque un aspetto essenziale del fare politica in quest'epoca, voglio riconoscere a Fabrizio Cicchitto il merito di avere, nel suo ultimo  intervento alla Camera fatto un discorso importante ed alto, e con la determinazione necessaria, anzi indispensabile.

Le responsabilità    del riacutizzarsi della violenza sociale e politica è di precisi e riconoscibili mandanti morali . Violenza, che questa volta ha coinvolto Berlusconi e che in futuro potrebbe colpire alla cieca chiunque, nel complessivo imbarbarimento della società italiana, le cui le conseguenze già si cominciano ad intravedere.  Questo doveva,senza sconti, essere con chiarezza denunciato.
Tacere, o scegliere la strada di “moderazione” del linguaggio, come una parte rilevante della opposizione richiede unilateralmente alla maggioranza, quando le conseguenze degli insegnamenti di nuovi “cattivi maestri” cominciano ad insanguinare le strade, ed un nuovo retroterra di consenso all’eversione si materializza, quale effetto proprio della campagna di aggressione politica, mediatica, giudiziaria, quale è quella che ha investito il Presidente del Consiglio da prima dell’estate, è controproducente e pericolosissimo.
E se pur la strada da intraprendere è senz’altro quella di ricercare con pazienza ogni occasione  per una ristabilimento di più corretti rapporti ai vertici della politica, che sia un esempio ad un paese largamente disorientato ed inquieto, è anche indispensabile indicare, una volta, con forza, un punto di non ritorno, oltre il quale ciascuno deve assumersi con chiarezza le sue responsabilità politiche, pronto a pagarne le conseguenze .
Nei momenti di grande crisi, e questo sicuramente lo è, la decisione di rivendicare la forza dei propri convincimenti e di indicare all’opinione pubblica e agli avversari i termini reali dei problemi che stanno alterando la corretta dialettica democratica ed i rapporti tra i poteri, è una delle condizioni per poter affrontare un futuro purtroppo non facile, con un minimo di speranza.  
  
 
 
 
 

 
 
 

 
 
Appena prima della battaglia finale
 
16 dicembre2009
Gli eserciti stanno disponendosi sul terreno, i ritardatari accelerano il passo, i comandanti delle armate impegnano in scontri l’avversario per saggiarne la reattività e valutarne la resistenza.
Ma tutto è fermo, nell’attesa dell’arrivo sul campo del  capo della coalizione azzurra, che è stato ferito nel recentissimo attentato. La mobilitazione delle armate, per altro già precedentemente in corso, ha avuto una accelerazione. 
La responsabilità  dell’atto, ad opera di un esaltato con problemi di disagio comportamentale, che ha ferito seriamente al volto il leader degli azzurri, viene attribuita al clima di costante aggressione mediatico giudiziaria al premier, promosso nel paese dagli avversari sconfitti alle elezioni.
Per converso, gli autori della aggressione sostengono che non di aggressione si tratta, ma di legittimo esercizio del democratico diritto di opposizione e che la maggioranza, poichè risponde, con parole dure, all’aggressione, è anche lei responsabile del clima di rissa nel paese.

Come poi ci si possa rammaricare che, il questo contesto, i sostenitori del Presidente del Consiglio in Parlamento denuncino con decisione il clima di linciaggio, mediatico e non, a cui questo viene sottoposto, lascia per lo meno stupiti.
La lunga transizione non è mai finita, la società è irriducibilmente divisa tra due modelli, impersonati il primo dalla visione del leader degli azzurri, che propone  una riforma in senso presidenzialistico efficientista del sistema paese, l’altro, sostenuto da una contraddittoria alleanza multicolore,  che spera di  perpetuare le regole della prima repubblica, volendo occupare, senza però dimostrare di averne la forza, il posto delle classi dirigenti liquidate, all'inizio degli anni novanta, per via giudiziaria da una parte della corporazione dei magistrati.

Gli esponenti della alleanza multicolore, considerano da quindici anni il capo della coalizione azzurra un usurpatore, che ha tolto quello che era loro, per diritto divino: e i magistrati oggi  sono sostanzialmente in sintonia con  questa idea.
 
Non potendo arretrare, entrambi gli schieramenti vorrebbero risolvere lo stallo in cui si trova l'Italia, con una sorte di “Giudizio di Dio”, quello azzurro delegando ad elezioni anticipate la conquista di una maggioranza più coesa e di dimensioni ancora più imponente, quello multicolore richiedendo un intervento della magistratura che assesti un colpo delegittimante che obblighi il leader azzurro alla ritirata e condanni la sua coalizione alla frammentazione delle sue componenti nel tentativo di assorbirne qualcuna con il relativo corollario di seggi, evitando il temuto ricorso alle urne.
Tutti si rendono conto che uno scontro, senza esclusione di colpi, mentre la crisi economica continua a produrre condizioni di disagio nella società nazionale, può essere un rischio.
La soluzione  sperata, è in gran parte affidato alle decisioni del Presidente della Repubblica, che acconsentendo o respingendo l'eventuale  ricorso alle urne, può condizionare in termini determinanti il risultato  

Ma nel caso di vittoria degli azzurri, è chiaro a tutti che la Costituzione, che si è voluta irrigidire fino all’estremo, nei suoi aspetti più controversi, derivanti dai compromessi legati alla condizioni storiche della sua promulgazione, non potrebbe in alcun modo essere mantenuta, senza sostanziali e per altro impellenti modifiche, e che attuale assetto della magistratura sarebbe radicalmente rivisto.

In caso di vittoria della coalizione avversaria oltre alle  modifiche prevedibili negli assetti televisivi italiani, andrebbe scontato un rafforzamento dei poteri di controllo parlamentare a scapito della velocità di attuazione dei provvedimenti del governo e la definitiva impossibilità di attuare alcuna riforma rispetto agli attuali assetti vigenti.  
Fuor di metafora i rischi di questo scenario giustificano e spiegano i problemi di Fini e Casini nell’area del Centro Destra  e le diversità di accenti di Bersani, le crisi di Rutelli, e persino i problemi interni all’Italia dei Valori.
Lo scenario non può che aggravarsi  a meno che Berlusconi non scelga lui stesso, unico oggi ad avere il peso e l’autorità di dare  una svolta positiva alla necessità  di  una scelta di moderazione.

PICCOLI EDITORIALI

8 marzo 2010

Inquietanti scricchiolii

Il Pdl, dopo il Congresso fondativo di Roma, si è rivelato non in grado di superare, da una parte la sua condizione di partito "a proprietà privata", che già comincia a mostrare vistosi segni di logoramento, e dall'altra di non saper impostare un corretto sistema di selezione della sua classe dirigente, risultando troppo condizionata da aggregazioni mosse da interessi economici e di potere invece che da adesioni ad idealità e progetti di riforma.

Il Presidente Berlusconi, sconta  oggi l'illusione, spesso tipica di coloro che, provenendo dal mondo dell'imprenditoria, pensano che un sistema gerarchizzato di tipo aziendalistico, possa anche in politica dare risultati positivi.

E' l'adesione fideistica al cosidetto modello del "fare",  un sistema che inizialmente può dare qualche  illusione  di maggiore efficienza,  in particolare rispetto ai risultati prodotti da  istituzioni o movimenti politici, entrati in crisi per esaurimento delle loro funzioni storiche (nulla è eterno nelle cose umane), ma che storicamente termina sempre con cocenti delusioni. 

E' stata una impresa, di cui Silvio Berlusconi potrà sempre vantare il merito, l'evitare che una  minoranza sconfitta dalla storia, ma protetta da una magistratura non imparziale, che aveva liquidato i partiti di maggioranza, assumesse il controllo del paese,  mentre i partiti di maggioranza venivano costretti a pagare, con la loro scomparsa, il sistema di finanziamento illecito della politica, a cui anche la minoranza aveva pienamente partecipato.

Per arrestare la decadenza che stava colpendo la società italiana all'inizio degli anni novanta, a causa della crisi di rappresentanza  determinata dallla sparizione dei partiti coinvolti nell'inchiesta di tangentopoli, Berlusconi fondò un partito, organizzandolo in termini gerarchici con nomine dall'alto. Moltissimi accorsero pensando che una volta superata la  fase transitoria tipica dei movimenti politici allo stato nascente, sarebbe stato logico tornare a forme organizzative nuovamente  partecipative  e democratiche, coerenti con i principi della storia repubblicana,  tipiche dei partiti per cui avevano fino ad allora votato.

L'emergenza come condizione permanente del confronto con le coalizioni di sinistra, in un quadro di non legittimazione reciproca, fece a molti trascurare che , in un partito, soluzioni autoritarie di vertice  nella scelta delle linee politiche, nella gestione del finanziamento pubblico, nella scelta dei quadri dirigenti, nella formazione delle liste elettorali, con  gli eletti di fatto nominati, avrebbe portato, se non strettamente transitoria, ad  una degenerazione del sistema con conseguenze nel medio e  lungo periodo, peggiori del male che si voleva evitare.

E' per altro vero che la costruzione, in tempi  necessariamente rapidissimi, da parte di Silvio Berlusconi, di un nuovo movimento politico che assumesse la rappresentanza degli ideali, dei progetti, delle speranze dei "moderati italiani" derivò  "purtroppo"  dalla incapacità di auto riforma dei tradizionali partiti  di maggioranza della "prima repubblica" e dalla incapacità di risposte politiche e di governo adeguate ad  una aggressione mediatica giudiziaria  ai limiti dell'eversione. Di questa responsabilità o complicità, molti ne porteranno per sempre il peso, nella loro  memoria e storia personale.

Il "si salvi chi puo" resterà mestamente nella memoria collettiva, a rappresentare l'ultimo atto di un periodo,  per molti aspetti glorioso, iniziato con la Resistenza, che ha donato all'Italia il ritorno alle regole democratiche, la fondazione della Repubblica, la ricostruzione del paese distrutto dalla guerra, le alleanze con i paesi occidentali per la difesa della libertà minacciata dall'espansione, imposta con le armi, del comunismo.

Qualsiasi  errore fatto da Silvio Berlusconi,  durante gli anni che vanno dalla sua discesa in campo alla fondazione del Popolo della Libertà, non può farci dimenticare, che senza  le sua scelta di impegnarsi direttamente in politica, questo paese avrebbe iniziato un definitivo percorso di decadenza difficilissimo da superare. E che tra difficoltà crescenti degli scenari economici mondiali  l'Italia appare governata  con accettabili risultati.

Ma questo comunque non consente di eludere il problema.

Ora lo stesso Berlusconi si trova a dover provare, di fronte a questa crisi  evidente del Popolo della Libertà, di essere ancora in condizioni di offrire al paese una soluzione  per  evitare  le paludi di una nuova lunga transizione, in cui verrebbe inevitabilmente bruciato  quanto di straordinariamente positivo ha fatto in questi anni, dalla nascita di Forza Italia  fino alla creazione  del nuovo partito, a premessa della raccolta di tutti i moderati italiani in una unica formazione.
 
Può promuovere lui stessa la trasformazione del Popolo della Libertà,  con  strutture più adatte a contemperare l' impianto di tipo presidenzialistico con  regole di formazione delle decisioni  di tipo  democratico. Strutture partecipative in grado di realizzare la sintesi delle diverse culture  da cui provengono gli iscritti, che altro non solo che l'espressione piu avanzata di quella parte  del corpo elettorale di cui si chiede il consenso e che esprime una pluralità di idee  che ne è la ricchezza  ma che solo la democrazia del confronto consente di amalgamare.

Altrimenti, l'evoluzione naturale degli scenari determinerà, superate le elezioni regionali, che  il problema della  inadeguatezza dello strumento partito   condizionerà negativamente l'azione di governo  ed  impedirà l'attuazione delle  riforme  che la società italiana aspetta ormai da troppi anni.

Gli scricchiolii, che udiamo in questi giorni, potrebbero trasformarsi, da segnali di assestamento del Centro Destra verso equilibri più funzionali ed efficienti, nel rapporto con la società italiana,  in anticipazioni  di scosse di un  terremoto   dell'intero  sistema politico italiano. 

Di fronte a queste non rassicuranti ipotesi sarebbe interessante che i vari "pensatoi" del Centro Destra cercassero di promuovere un confonto su quale un modello di partito sarebbe auspicabile per il futuro. Magari aprendo il dibattito anche sul web.
 
Crediamo che il tempo sia venuto per ricominciare, almeno dal basso, a fare qualcosa, ricordando a tutti che "Dio acceca chi vuol perdere".
 

INTERVENTI A COMMENTO:


Caro Francesco,
condivido le tue riflessioni relative al PDL per come si è manifestato oggi dal giorno della sua fondazione: partito di  assolutismo monarchico che mal tollera le critiche (altro che liberalismo) e , purtuttavia, non impedisce il formarsi di varie camarille di corte, tutte, comunque, all'insegna del vassalliggio più squallido. Non è sicuramente il grande partito liberale del xxi secolo. si sfascerà con l'umana dipartita del re.
Ed è un peccato per la democrazia italiana che ha bisogno di una forza capace di esprimere un liberalismo alto, maturo, europeo, non di corte e tanto meno di cortile, pro affari propri, anche se quest'ultimo ben esprime il tipo di capitalismo da rapina - come ben emerge dalle inchieste della magistratura di questi giorni - qual'è quello italiano.
Naturalmente, ciò non assolve la sinistra. Sai bene le critiche che rivolgo alla mia parte, anch'essa votata al cortile, e pertanto incapace di avere una visione della società in cui gli interessi generali prevalgano sui rapporti di potere spicciolo, di corrente o cordata che sia.
La destra italiana credo abbia un compito più facile in qualche modo: le bastere buttare a mare un re che si è dimostrato inadeguato - principalmente se non esclusivamente preoccupato da tre legislature a risolvere i suoi tanti problemi con la giustizia mentre le riforme di cui l'Italia ha bisogno sono ancora lì che attendono - e, facilitata da un leader come Fini che ben saprebbe guidarla, allinearsi politicamente e sopratutto culturalmente alle grandi forze popolari e conservatrici europee ben rappresentate da Sarkozy e dalla Merkel; viceversa la sinistra, non solo quella italiana ma europea nel suo insieme dopo la crisi delle socialdemocrazie, si trova davanti alla necessità di ripensare se stessa nei termini di un socialismo del xxi secolo, che, senza sentimenti di inferiorità nei confronti delle privatizzazioni di quelli che sono i beni e i servizi primari di un popolo, rivaluti il pubblico nei campi della sanità, dell'istruzione, dei trasporti, dell'energia, del credito e della casa, e lasci pur crescere quanto vuole il mercato e libera conconcorrenza nelle industrie voluttuarie. Lo stato cioè pensi al pane, il mercato alle rose.
Ciao, Diego
( Diego Zandel)


Follini, casini, fini, girondini..siete bravi ragazzi ma non prendetevi troppo sul serio. Viva il Risorgimento!
Renzo Alzetta

 

 

 

2 marzo 2010

Un intervallo più lungo di  due mesi

Non aggiornare questo sito per oltre due mesi  e pensarci tutti i giorni sembrerebbe il segno di una improvvisa idiosincrasia allo scrivere. Invece la cosa è purtroppo più grave e riguarda invece un problema di natura etica rispetto agli obblighi  che, chiunque si relazioni con il suo prossimo e faccia della comunicazione lo strumento del suo rapporto con gli altri, deve affrontare .

Non si  possono infatti  sottacere cambiamenti profondi di valutazione su tesi  ,sostenute per lungo tempo , evitando di renderli palesi e  senza accettare  che su questi ,chiunque lo desideri, in particolare  chi è stato un  abituale interlocutore,  possa intervenire  per   o contestarmi  o anche solo per  richiedermi spiegazioni.

Durante questi ultimi mesi   la politica nel nostro paese ha  convulsamente fatto emergere fenomeni vistosi di disagio sociale di fronte alla crisi economica e di incapacità da parte delle forze politiche ed istituzionali di trovare una conciliazione delle differenti visioni per superare  i gravi conflitti  che ne derivano.  Non si è riusciti a concordare  su di un minimo comun denominatore  per consentire  l'affermarsi di un quadro di riferimento che portasse l'Italia  ad affrontare  con qualche speranza di successo  il rischio, ormai evidente  di collasso della sua unità statuale , dei vincoli di solidarietà sociale,  di tenuta  delle sue istituzioni e del modello economico su cui si regge il "sistema paese"

Confesso, con disagio che il mio giudizio problematico sulle scelte del Popolo della Libertà ,successive al  suo Congresso di fondazione, che perpetuavano la struttura verticistica, che aveva caratterizzato  l'organizzazione di Forza Italia   e del suo   modello di partito non partecipativo, non più scusabile oggi dalle necessità di un  movimento allo stato nascente,  si è ulteriormente aggravato .
 
Un giudizio che non può più essere confinato solo  in qualche accenno marginale  in una analisi  fino ad ora largamente positiva , del ruolo del Popolo della Libertà ,anche in termini di prospettive  future , come ho fatto sostanzialmente almeno fino alla fine dell'anno passato,

Quello che in questi primi mesi dell'anno si è rivelato agli occhi degli italiani a proposito del Popolo della Libertà non appare   più solo  una  temporanea malattia della crescita, ma è  molto probabile che il disagio si possa trasformare rapidamente in una gravissima degenerazione ,in  una infezione  che non curata per tempo   rischia di distruggere  tutte le speranze di riforma delle  ormai inadeguate istituzioni nazionali  e di trascinare l'intero paese in una definitiva spirale di decadenza.

Sento ,dopo aver tante volte sostenuto le ragioni del centro destra di fronte al tentativo della sinistra italiana di non fare i conti con gli errori ed orrori della sua storia, che altri errori da parte nostra vengono ogni giorno compiuti e tacerne l'esistenza e non cercare la via per impedirli  sarebbe una atto disonesto e profondamente disonorevole.

Cercherò nei prossimi giorni di riassumere, per gli amici che vogliono confrontarsi  su questi temi, una prima sintesi  dei problemi più gravi che , a mio avviso ,dovremmo affrontare nell'area del centro destra , ,per tornare ad esercitare un ruolo realmente incisivo  nell'adeguamento degli strumenti necessari a rilanciare un progetto politico vincente.

Per primo, credo, dovremmo cominciare ad affrontare il tema partito e la valutazione del Popolo della Libertà come organizzazione del consenso dell'area di centro destra e della sua adeguatezza a rispondere allo scopo. che noi gli attribuiamo.

In ogni caso,  predisponiamoci ad un buon esercizio di autoanalisi.

 

 

 

24 dicembre2009

A tutti i visitatori i migliori auguri di Buon Natale

Una polemica ,cominciata con un mio intervento sul sito di Diego Zandel,  è stata  accesissima e vale la pena  di leggerla: è interessante per l'insopportabile rivendicazione di superiorità morale di alcuni interlocutori, per altri aspetti è un  esempio di divisione ,tra italiani, irriducibile :

Cliccare su:

 http://www.diegozandel.it/news_dett.asp?id=251

 

22 Dicembre 2009
 

Il sito di Diego Zandel intellettuale e saggista, e' un cenacolo di amici, quasi tutti di sinistra, decisamente anti berlusconiani. Qualche volta intervengo in dissenso, ma come dico in altra parte di questo sito trovo questo luogo del web importante per confrontarsi, anche  con decisione, ma difendendo insieme il diritto alla polemica, al disaccordo, all'eresia rispetto all'omologazione.

 


L'ultimo post di Diego era interessante e lo propongo integralmente con le osservazioni  che ho scritto nella loro forma integrale in campo giallo. L'intervento a commento sul suo sito è per forza più ridotto. 


E LO CHIAMANO ODIO
E' legittimo per un cittadino pretendere che il presidente del consiglio del proprio paese NON sia inquisito dalla magistratura?
E' legittimo per un cittadino pretendere che sul presidente del consiglio del proprio paese NON gravi l'ombra di accuse infamanti come quelle di corruzione di giudici, di testimoni, di evasione fiscale, di falso in bilancio e di altri reati?

No: la magistratura  ha ampiamente e  indiscutibilmente dimostrato l’esistenza, in una parte di essa, di una marcata politicizzazione  di segno contrario al presidente del consiglio inquisito
 
 
E' legittimo per un cittadino pretendere che il presidente del consiglio del proprio paese sia del tutto alieno, nell'azione di governo, da interessi personali che riguardino le sue attività, legittime fino al momento di assumere una carica pubblica di così grande rilievo, di imprenditore?

No: il conflitto di interessi è alla luce del sole, i cittadini, informati in particolare dalle opposizioni, possono se insoddisfatti della insufficiente “alienità”, non votarlo, e quindi sono ampiamente tutelati nei loro diritti democratici.
 
E' legittimo per un cittadino pretendere che il presidente del consiglio del proprio paese, facendosi scudo della sua carica, del consenso di cui gode tra gli elettori, della obbedienza da parte dei ministri del governo che presiede e della maggioranza dei parlamentari che lo sostiene, NON utilizzi il potere che gli deriva per varare leggi che riguardino lui direttamente e i suoi personali affari?

No: è illegittimo per il cittadino pretenderlo perchè nel caso di conflitto di interessi non  votarlo alle elezioni successive è deterrente sufficiente  ed  se le leggi  ad personam  sono necessarie ad evitare che un giudizio politicizzato lo elimini dalla scena politica, non perchè colpevole ma perchè è avversario politico della parte con cui il magistrato è in sintonia ,è altrettanto illeggittimo chiedere che non si facciano.
 
E' legittimo per un cittadino pretendere che il presidente del consiglio del proprio paese, accusato di reati gravissimi, affronti i processi che lo riguardano come qualsiasi altro cittadino, semmai ancor più serenamente in chi può fare affidamento su avvocati e studi legali di grido, impossibili per il cittadino comune, oggettivamente privo delle identiche possibilità economiche?

Non è legittimo, perche il tempo sottratto come impegno ed attenzione, e tensione, per difendersi dalle accuse, ancora da dimostrare anche se, gravissime, sarebbe sottratto a quello necessario a governare il paese, come da mandato elettorale. Costringendolo alle dimissioni che sarebbero una conseguenza di un intervento, per altro viziato proprio dalla inimicizia politica dei giudici nei confronti dell’ipotizzato colpevole, sarebbe una alterazione così grave delle regole democratiche da non essere, prevedibilmente, accettabile dalla maggioranza degli italiani.
 
E' legittimo per un cittadino pretendere di NON essere assimilato e compreso nella categoria generica di italiani e/o popolo dal presidente del consiglio del proprio paese quando afferma di godere del consenso degli italiani e/o del popolo?

No: il Presidente del Consiglio, dopo la sua investitura, è il presidente di tutti gli Italiani e in democrazia quando si dice di godere il consenso del popolo si intende quello derivante dalla vittoria elettorale su altri candidati risultati in minoranza. E’ l’odio nei confronti di Silvio Berlusconi vincitore alle elezioni, che tu Diego dichiari che non esiste, a farti fare una domanda così rivelatrice di un pregiudizio.
 
E' legittimo per un cittadino, che si oppone alla politica del presidente del consiglio del proprio paese, pretendere  di  NON essere definito antitaliano o coglione dal presidente del consiglio del proprio paese, ma essere rispettato alla pari dei cittadini che lo sostengono? 

Non sempre, se per esempio quel cittadino ha calunniato il presidente del consiglio determinando un danno all’immagine del paese e danneggiandone la complessiva credibilità, è sicuramente un antitaliano, forse inconsapevole, ma di fatto lo è, ed in particolare non mostra molta intelligenza a non sapere distinguere tra l’interesse nazionale, sempre da tutelare, e il bisogno che i suoi soggettivi giudizi siano condivisi costi quello che costi. 
 
Se tutto ciò è legittimo, perché parlare di odio nei confronti del presidente del consiglio del proprio paese, e non invece di cittadini che gli si oppongono, semplicemente, perché, a torto o a ragione, pretendono  un'Italia diversa, un'Italia  in cui il presidente del consiglio del proprio paese NON sia inquisito dalla magistratura, sul quale NON gravi l'ombra di accuse infamanti, un presidente del consiglio che sia del tutto alieno, nell'azione di governo, da interessi personali, un presidente del consiglio che NON si faccia scudo della sua carica, del consenso di cui gode tra gli elettori, dell'obbedienza da parte di ministri e della maggioranza di cui gode in parlamento per  farne un uso proprio e non affrontare i processi?

La retorica Caro Diego è pericolosa da usare, perche vedi che per me le conclusioni contrapposte alle tue, mi fanno dire che tutto quello che con tanta determinazione e buona fede sostieni, per me e per la maggioranza elettorale degli italiani non è scontato e non puoi chiederne la condivisione.
 
Perché parlare di odio nei confronti del presidente del consiglio del proprio paese, e non invece di cittadini che gli si oppongono semplicemente perché, a torto o a ragione, pretendono quel posto presieduto da un uomo veramente libero da ogni interesse di parte,  capace di indirizzare la propria azione di governo nell'interesse generale  e che si esprima in ogni atto, manifestazione e parola  pubblica nel rispetto delle altre istituzioni indipendenti che rappresentano lo stato e dei cittadini tutti, anche quelli contrari a lui, che ne fanno parte, senza essere considerati antitaliani o coglioni?
 
E’ odio, ispirato da chi non riesce a capire che  le rendite di posizione, in politica, non durano in eterno, e che  il popolo in democrazia, alla fine è l’unica fonte di legittimità. Dentro regole che tutelino le minoranze e i diritti degli individui, naturalmente, ma anche su queste, solo il popolo ha il potere finale di decisione.
Stai tranquillo Diego che se in politica o dalla società civile sorgesse “un uomo veramente libero ecc ecc.." gli italiani tutti non se lo farebbero scappare. Per intanto ci teniamo quelli che abbiamo e allora? mi devi dimostrare tu  che hai un candidato a presidente del consiglio  migliore del mio. E quanto al  mio presidente Silvio Berlusconi, mio perchè lo voto e mio perchè è il presidente di tutti gli italiani,  non sai quante volte fa cose che non condivido e quanto  trovo inadeguato il modello di democrazia interna del Popolo della Libertà, e ne do ogni volta  pubblica testimonianza coi mezzi che ho, ma fino ora tutto quello che è comparso  come alternativa era terribilmente peggio. E la democrazia è l’arte del possibile e poi dello scegliere. 
 
Lo potrà tornare a fare, semmai, quando tornerà ad essere solo un esponente del suo partito. Non finché gli è stato dato l'onore di vestire i panni di presidente del consiglio della Repubblica Italiana.
 
Dopo averti contestato tutte le domande che ti sei posto e ci hai posto su questa affermazione quasi concordo con te: da Presidente del Consiglio sarebbe bene che si moderasse un poco nell’esprimere il suo pensiero sugli avversari, ma non credi che i suoi avversari potrebbero essere un poco meno settari (e sono gentile) nel parlare di lui?
 

 

 

Lo scontro in parlamento

Fabrizio Cicchitto, oggi è nel mirino della opposizione parlamentare e mediatica al Governo Berlusconi, a causa del suo intervento alla Camera dei Deputati.
Per un certo periodo di tempo mi ha legato a lui una  frequentazione abbastanza assidua, per avere noi  scritto insieme, con Luigi Da Rold, il saggio “La disinformazione in Commissione Stragi” quasi dieci anni fa.
Poi ho curato, come direttore editoriale,  per qualche anno  numeri sperimentali de “l’Ircocervo”, rivista politica culturale dell'area del Popolo della Libertà, fino a quando la rivista ha assunto la sua attuale nuova e definitiva veste e ancora da lui diretta.
E un politico serio e un profondo conoscitore della storia politica della repubblica italiana , e le contestazione che ha ricevuto  anche da esponenti del Popolo della Libertà,  alla determinazione e al tono  del suo intervento sono  ingiustificate e non plausibili. 

 
 
E' un amico che ora vedo meno spesso, con cui ho condiviso molta parte delle sue  valutazioni  su “mani pulite” che anche io ho considerato, per i suoi effetti perversi, un vero e proprio golpe, che ha creato conseguenze negative terrificanti alla vita democratica del nostro paese. E sarebbe bastato, che, per gli stessi reati, i supposti colpevoli fossero stati inquisiti, processati e ,se del caso, condannati, con identiche misure e pene da una magistratura imparziale, per evitare al paese questa defatigante transizione .
Su altre cose ho con lui , in qualche misura dissentito, in particolare ed in tempi più recenti, sulla necessità, di aprire un confronto, fin da subito, sulla auspicabile evoluzione del modello organizzativo di Forza Italia (e oggi, a maggior ragione, sullo stesso problema dovrebbe essere  attivato un dibattito all'interno del Popolo della Libertà).
Sono entrambi partiti per cui voto dalla loro fondazione, riconoscendomi largamente nei loro programmi di governo, ma considero il loro modello organizzativo del tutto inadeguato a dare una corretta risposta al bisogno dei cittadini di partecipare alla elaborazione dei programmi, alla selezione dei candidati, alla discussione ed alla approvazione delle linee guida del movimento in cui si riconoscono non in maniera episodica, e a cui aderiscono. 
Ed il problema ha riflessi non marginali sulla qualità della democrazia del paese. Un tempo nei partiti democratici questa esigenza era ben rappresentato, negli statuti che regolavano la vita interna, ed se mai il problema era che, nella la pratica, spesso non se ne otteneva il puntuale rispetto, (e su questo si aprivano furibonde battaglie sul livello della legalità interna).
 
Oggi tutti i partiti  della seconda repubblica, presentano un deficit di democrazia che neppure il meccanismo delle primarie, che qualche partito ha  affrettatamente varato, è stato capace di rispondere a questa esigenza.
E i “partiti leggeri”, fondamentali per diminuire il costo della politica (con il relativo corollario di conseguente illegalità), possono benissimo essere dotati, per merito delle nuove diffusissime tecnologia di comunicazione e relazione sociale, tramite web, di strumenti poco costosi e più che adeguati a promuovere il dibattito interno e assicurare partecipazione e democrazia nelle decisioni.

E una presidenza a vita  dei fondatori dei partiti nati di recente avrebbe risolto il problema di mantenere, per un lungo periodo, al riparo da forme di snaturamento, sempre possibili, le ragioni di fondo e il progetto all'origine del movimento, efficacemente contemperando questa esigenza con una più articolata dialettica democratica interna.  


Nella critica agli errori dei partiti della prima repubblica, mai come in questo caso, si è buttato via il bambino con l’acqua sporca.
La democrazia necessita, per essere veramente inclusiva e partecipativa nei suoi effetti, non solo del libero voto degli elettori con la convocazione dei comizi elettorali e la chiamata alle urne. Le transizioni  politiche, dopo eventi storici che abbiano provocato  modificazioni traumatiche, possono obbligare i partiti nati dopo la decadenza di quelli di maggiore tradizione, ad adottare temporaneamente modelli che concentrino il potere nelle mani dei fondatori (che sceglieranno poi obbligatoriamente la cooptazione, nelle fasi iniziali della vita del movimento, per la selezione dei quadri). Ma non può essere la soluzione permanente.
Superata l’emergenza della fase costituente iniziale, si corrono  rischi molto gravi, mantenendo in vita le formule organizzative iniziali, in particolare emerge progressivamente  l’incapacità di interpretare correttamente i bisogni del paese, contemporaneamente le classi dirigenti intermedie si traformano in oligarchie  autoreferenziali e quasi certo il movimento  rischia  di dividersi in  frammentazioni personalistiche, quando i fondatori ne lasciassero, esaurito il loro ciclo storico, la guida.

Indicato il dissenso che  riguarda a mio avviso, comunque un aspetto essenziale del fare politica in quest'epoca, voglio riconoscere a Fabrizio Cicchitto il merito di avere, nel suo ultimo  intervento alla Camera fatto un discorso importante ed alto, e con la determinazione necessaria, anzi indispensabile.

Le responsabilità    del riacutizzarsi della violenza sociale e politica è di precisi e riconoscibili mandanti morali . Violenza, che questa volta ha coinvolto Berlusconi e che in futuro potrebbe colpire alla cieca chiunque, nel complessivo imbarbarimento della società italiana, le cui le conseguenze già si cominciano ad intravedere.  Questo doveva,senza sconti, essere con chiarezza denunciato.
Tacere, o scegliere la strada di “moderazione” del linguaggio, come una parte rilevante della opposizione richiede unilateralmente alla maggioranza, quando le conseguenze degli insegnamenti di nuovi “cattivi maestri” cominciano ad insanguinare le strade, ed un nuovo retroterra di consenso all’eversione si materializza, quale effetto proprio della campagna di aggressione politica, mediatica, giudiziaria, quale è quella che ha investito il Presidente del Consiglio da prima dell’estate, è controproducente e pericolosissimo.
E se pur la strada da intraprendere è senz’altro quella di ricercare con pazienza ogni occasione  per una ristabilimento di più corretti rapporti ai vertici della politica, che sia un esempio ad un paese largamente disorientato ed inquieto, è anche indispensabile indicare, una volta, con forza, un punto di non ritorno, oltre il quale ciascuno deve assumersi con chiarezza le sue responsabilità politiche, pronto a pagarne le conseguenze .
Nei momenti di grande crisi, e questo sicuramente lo è, la decisione di rivendicare la forza dei propri convincimenti e di indicare all’opinione pubblica e agli avversari i termini reali dei problemi che stanno alterando la corretta dialettica democratica ed i rapporti tra i poteri, è una delle condizioni per poter affrontare un futuro purtroppo non facile, con un minimo di speranza. 
 
 
 
 
 


 

 

Appena prima della battaglia finale
 
16 dicembre2009
 

Gli eserciti stanno disponendosi sul terreno, i ritardatari accelerano il passo, i comandanti delle armate impegnano in scontri l’avversario per saggiarne la reattività e valutarne la resistenza.

Ma tutto è fermo, nell’attesa dell’arrivo sul campo del  capo della coalizione azzurra, che è stato ferito nel recentissimo attentato. La mobilitazione delle armate, per altro già precedentemente in corso, ha avuto una accelerazione.
La responsabilità  dell’atto, ad opera di un esaltato con problemi di disagio comportamentale, che ha ferito seriamente al volto il leader degli azzurri, viene attribuita al clima di costante aggressione mediatico giudiziaria al premier, promosso nel paese dagli avversari sconfitti alle elezioni.
Per converso, gli autori della aggressione sostengono che non di aggressione si tratta, ma di legittimo esercizio del democratico diritto di opposizione e che la maggioranza, poichè risponde, con parole dure, all’aggressione, è anche lei responsabile del clima di rissa nel paese.

Come poi ci si possa rammaricare che, il questo contesto, i sostenitori del Presidente del Consiglio in Parlamento denuncino con decisione il clima di linciaggio, mediatico e non, a cui questo viene sottoposto, lascia per lo meno stupiti.
La lunga transizione non è mai finita, la società è irriducibilmente divisa tra due modelli, impersonati il primo dalla visione del leader degli azzurri, che propone  una riforma in senso presidenzialistico efficientista del sistema paese, l’altro, sostenuto da una contraddittoria alleanza multicolore,  che spera di  perpetuare le regole della prima repubblica, volendo occupare, senza però dimostrare di averne la forza, il posto delle classi dirigenti liquidate, all'inizio degli anni novanta, per via giudiziaria da una parte della corporazione dei magistrati.

Gli esponenti della alleanza multicolore, considerano da quindici anni il capo della coalizione azzurra un usurpatore, che ha tolto quello che era loro, per diritto divino: e i magistrati oggi  sono sostanzialmente in sintonia con  questa idea.
 
Non potendo arretrare, entrambi gli schieramenti vorrebbero risolvere lo stallo in cui si trova l'Italia, con una sorte di “Giudizio di Dio”, quello azzurro delegando ad elezioni anticipate la conquista di una maggioranza più coesa e di dimensioni ancora più imponente, quello multicolore richiedendo un intervento della magistratura che assesti un colpo delegittimante che obblighi il leader azzurro alla ritirata e condanni la sua coalizione alla frammentazione delle sue componenti nel tentativo di assorbirne qualcuna con il relativo corollario di seggi, evitando il temuto ricorso alle urne.
Tutti si rendono conto che uno scontro, senza esclusione di colpi, mentre la crisi economica continua a produrre condizioni di disagio nella società nazionale, può essere un rischio.
La soluzione  sperata, è in gran parte affidato alle decisioni del Presidente della Repubblica, che acconsentendo o respingendo l'eventuale  ricorso alle urne, può condizionare in termini determinanti il risultato 

Ma nel caso di vittoria degli azzurri, è chiaro a tutti che la Costituzione, che si è voluta irrigidire fino all’estremo, nei suoi aspetti più controversi, derivanti dai compromessi legati alla condizioni storiche della sua promulgazione, non potrebbe in alcun modo essere mantenuta, senza sostanziali e per altro impellenti modifiche, e che attuale assetto della magistratura sarebbe radicalmente rivisto.

In caso di vittoria della coalizione avversaria oltre alle  modifiche prevedibili negli assetti televisivi italiani, andrebbe scontato un rafforzamento dei poteri di controllo parlamentare a scapito della velocità di attuazione dei provvedimenti del governo e la definitiva impossibilità di attuare alcuna riforma rispetto agli attuali assetti vigenti. 
Fuor di metafora i rischi di questo scenario giustificano e spiegano i problemi di Fini e Casini nell’area del Centro Destra  e le diversità di accenti di Bersani, le crisi di Rutelli, e persino i problemi interni all’Italia dei Valori.
Lo scenario non può che aggravarsi  a meno che Berlusconi non scelga lui stesso, unico oggi ad avere il peso e l’autorità di dare  una svolta positiva alla necessità  di  una scelta di moderazione.

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